Cosa hanno in comune questi giovani?

In questi giorni due immagini sono state sbattute in faccia più e più volte:

Che hanno in comune? Giovani. Giovani che si muovono. Giovani che muoiono schiacciati da pezzi del cantiere durante un’alternanza o da un barcone che si ribalta. E che poi andranno a lavorare comunque in qualche piantagione.

Giovani che si spostano in cerca di un futuro migliore. O dall’altra parte delle Alpi o del Mediterraneo.
C’è differenza tra i due però?

Certo, chi protesta è figlio della piccola classe media e lotta per avere una scuola pubblica degna di questo nome e non semplicemente un addestramento per essere un buon dipendente. Questi sono un contraddizione vivente, chiusi in un mondo virtuale dal quale gli adulti si guardano bene dall’entrarci (colpevolmente) demonizzandoli solo e lasciandoli ai loro circuiti. Sono anche una razza in estinzione, ultimi rimasti in una società sempre più vecchia. Probabilmente vogliono un buon posto di lavoro. E lavoro qualificato. Tutto qua.

Gli altri sono lanciati nel mare come messaggi in bottiglia. Dalla disperazione. Sanno cosa aspettarsi, ma non cosa effettivamente vogliono, sono giovanissimi. (AL come vengano nonostante gli accordi l’ho spiegato nel precedente articolo).
Sono messaggi che non ci raccontano però del mondo dal quale provengono, ma ci dicono qualcosa sul futuro del mondo in cui approdano.
Allora ho deciso di dare uno sguardo ad alcuni titoli:

I giovani del sottoproletariato, delle borgate descritte da Pasolini, sono scomparsi, spazzati via dai borghesi. Oggi ci sono altri giovani delinquenti, quelli delle paranze. Figli della classe media squattrinata che vogliono tutto sempre più simili ai terroristi delle banlieu e che forse saranno spazzati via anche loro? E poi ci sono appunto questi disgraziati che invece vogliono altri.

A questo bisognerebbe guardare nelle riforme del lavoro. E della scuola.

Saverio Di Giorno

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