Ius soli che male accompagnati…

E’ senz altro condivisibile l’ansia di ratificare realtà, tra l’altro, già esistenti e sempre più (numericamente)consistenti. E’ qualcosa alla base della democrazia.
La questione dello ius soli è una questione non solo giuridica, ma anche politica e culturale. Vediamo una per volta non perchè siano separate, anzi sono collegate, ma per semmplicità.

La parte giuridica

Il riconoscere lo status di cittadini a persone per il solo fatto di essere nati sul suolo italiani è una sceltà dell’ordinamento. A questa (semplificando) si oppone il riconoscimento dello status per “sangue” cioè per il fatto di avere genitori già italiani. Lo status comporta il riconoscimento di alcuni diritti, in particolar modo dei diritti politici (artt 48-54) nei quali rientrano il diritto-dovere del voto, quello ad associarsi in partiti e così via.
Dove risiede la differenza tra le due dottrine? Si è sempre cittadini di uno Stato, inteso come insieme di leggi. Ordinamento frutto di valori e nello specifico di quello italiano frutto di tre valori: democrazia (lascito della cultura greca) solidarietà (cristiana) e il diritto stesso (latina). Si assume cioè che le persone si riconoscono in quel sistema di regole perchè hanno “respirato” quella cultura. Sono stati educati.
In questo discorso è implicito il riflesso del territorio: una cultura è sempre influenzata dal territorio che la plasma. E a questo si lega la dottrina dello ius soli: il fatto di essere nati in quel luogo implica assumere i caratteri di una cultura.
In generale, giuridicamente, si può concepire di estendere la cittadinanza solo a persone che condividono quei valori, per tutti gli altri il modello non può che essere l’integrazione (cioè l’assimilazione di quella cultura) e non già un’interazione alla pari ad esempio (cioè l’influenza vicendevole di due culture). Un altro modello significa ripensare l’ordinamento.

la parte culturale

Nel territorio italiano è già in atto una modificazione culturale. L’ennesima. Ai valori-doveri contadini, clericali presenti fino agli anni ’50 (che prevedevano la castità per le donne ad esempio, la virilità per gli uomini) si sono durante il boom economico sostituiti altri a volte opposti (per quanto riguarda la donna) diversi per gli uomini. Per cui dalla concezione clerico-fascista del maschio italico, si è passati all’idea dell’uomo di successo. Questo ha avuto conseguenze importanti: la messa in discussione di isituzioni come il matrimonio. E ha permesso il disegno di confini oltre quelli nazionali (l’Europa, l’occidente) impensabili con il “maschio italico”. Il self made man invece è un valore simile a molti altri paesi industrializzati. Questo significa un cambio culturale (non tutti i paesi industriali hanno tra i valori la cultura cristiana ad esempio, infatti l’istituzione in discussione è il matrimonio), non indolore: ha comportato in quel caso la soppressione di una cultura. E quasi sempre ha come conseguenza questo.
In questo momento le migrazioni comportano un’altra modificazione culturale, l’interazione tra due culture diverse non si sta però strutturando come interazione, ma come lotta e stanno soccombendo le culture di estere. Per loro stessa causa. Ad esempio i valori occidentali dell’onore, della rispettabilità e in definitiva del successo non sono propri di quelle africane (non del tutto), ma loro lottano per avere un posto nella società occidentali. Loro stessi accettano di lasciare la loro cultura per accettare questi meccanismi.
Lottano nei campi del caporalato per avere migliori condizioni di lavoro, non per cambiare l’idea di lavoro.
Lottano nei CAS per avere condizioni di vita dignitose. Dove i parametri della dignità sono in paragone a questi.

Culturalmente estendere la cittadinanza italiana ai nati in Italia non si traduce quindi nell’abbattimento del “diverso” (cosa tra l’altro nemmeno auspicabile), ma nell’estenzione dell’uguale. Si tradurrà in una serie di obblighi a cui dovranno assolvere: i diritti.
Nessuna ragazza musulmana vorrà più rivendicare la sua cultura indossando, magari, il velo perchè sarà cittadina italiana: si batterà anzi per levarlo. Forse un domani avremo impiegato o dirigenti neri, ma non avranno altro in mente che l’efficienza dell’azienda, saranno cioè occidentali. E così via.

la questione politica
5 milioni e 421mila persone. Nel nostro Paese infatti quasi un abitante su dieci è nato fuori dai confini nazionali o è figlio di immigrati. È l’Italia multietnica. Aumentano le nuove cittadinanze, gli alunni e i lavoratori immigrati. Resta positivo il bilancio tra spesa pubblica e introiti dovuti alla loro presenza. E aumentaranno se quel processo delineato prima porterà a unioni, anzi “matrimoni” tra immigrato e italiana (non sarà ad esmpio, tornando alla questione culuturale, ipotizzabile alcuna poligamia in Italia, ma sicuramente il contrario). C’è un problema politico di legittimazione: la classe politica deve trovare legittimazione e riconoscimento e lo fa non migliorando, ma aumentando gli elettori. Concedendo diritti, non riconoscendo. Sottolinenado così il “favore”. E’ una cosa probabilmente destinata a fallire, ma la cittadinanza porta con se il diritto al voto. Trovare una nuova verginità in persone che non hanno memoria del loro passato. Non quindi destra e sinistra, ma becera ricerca di voto da entrambe le parti: verso la classe media disperata da parte della destra, verso i nuovi cittadini anch’essi disperati da parte della sinistra.
Ma questo significa che la condizione di disperato è molto più legata a quello di cittadino che non i diritti. Il riconoscimento formale è anzi pretesto negare un impegno nel creare le condizioni materiali, quasi una legalizzazione della condizione.

UNA CONCLUSIONE
Ho detto l’operazione politica è probabilmente destinata a fallire per un semplice motivo: il fatto che producano ricchezza sposta in loro potere decisionale. Questo è una riprova dell’assimilazione del meccanismo occidentale: è rispettabile, ha potere decisionale chi produce ricchezza ecco perchè il centro decisionale si è spostato dall’industria alla finanza e la politica legittimata da questi ha perso potere.
Il fatto quindi che scuole restino aperte grazie a loro, attività e interi settori ricevano linfa dà loro un potere. E apre alla possibilità di un ricambio (tra l’altro di sole persone, di valori solo in parte) che non è mai una distruzione.
Ora loro lottano per avere quel potere e poi per difenderlo.
Non lottano per distruggere il Potere.

Per cui se come ho scritto all’inizio è condivisibile l’ansia di ratificare questa situazione, lo è molto meno il fatto che il riconoscimento dei diritti sia subordinato allo status di cittadini. Sarebbe (provocatoriamente parlando), molto meglio riconoscere i diritti negando la cittadinanza. Rivendicare l’alterità (e non più la diversità).
E riconoscere quindi i diritti legati ad un’altra cittadinanza. Riconoscere altri diritti (senza estendere questi). Riconoscere gli altri.

Saverio Di Giorno

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