Sull’attentato americano in Siria.

Lasciate che vi racconti una storia. Una storia non molto importante per quello che è successo.

Ci sono due modi per raccontare questo tipo di storie.
Si può parlare di numeri e cifre. Oltre cinquecentomila i morti tra l’Aprile e il Luglio del 1994 in Ruanda. Un genocidio. Uno sterminio che ha colpito i Tutsi. E ancora altre cifre: la popolazione del Ruanda è (o forse era) costituita principalmente da due gruppi etnici gli Hutu che rappresentano l’85% della popolazione e i Tutsi, solo il 14% . Numeri accostati, persone vicine. Due gruppi etnici, uno accanto all’altro non per volontà loro. Uno contro l’altro: nemmeno questo per loro volontà.
Si dovrebbe partire dal 1885 quando la Conferenza di Berlino tracciò su una cartina dei segni che sulla terra non c’erano. Ingabbiando vite e costringendo a tracciare con il sangue quei segni. Le tradizioni, la cultura e la religione di Hutu e Tutsi sono molto simili. Vivono nei territori del Ruanda, ma anche del Burundi e in altre zone. Il destino sarà però diverso per queste genti. Dopo il 1885 il regno del Ruanda cadde sotto l’influenza tedesca. Il sovrano scelse di collaborare con i colonizzatori e dopo la Prima Guerra Mondiale fu affidato al Belgio (insieme all’Urundi) con un mandato delle Società delle Nazioni.
Si fa largo un’idea tutta occidentale che i Tutsi sono un’etnia “naturalmente nata per il comando”. Sono appoggiati dal Belgio a tutto discapito degli Hutu. Ricevono istruzione e cominciano a voler autodeterminarsi. Questo fino al 1959, anno della rivoluzione sociale ruandese, quando gran parte dei Tutsi sono cacciati e i contadini, gli Hutu, in qualche modo si vendicano. È la diaspora dei Tutsi che vanno ovunque: Zaire, Tanzania, Uganda. Stringono legami e alleanze che torneranno utili.
Nel frattempo, sotto la spinta del Belgio, si organizzano in fretta le elezioni e vince il Parmehutu. Ogni tanto gruppi armati Tutsi fanno incursioni e il governo stringe sulle condizioni dei Tutsi rimasti.
Una situazione così tesa fa precipitare anche le cose nei paesi vicini dove si sono rifugiati 150.000 Tutsi. Ancora numeri. Ad ogni modo ormai il Ruanda, almeno formalmente è indipendente (1962) e si riconferma il leader Hutu Kaybanda (resterà fino al 1973). L’appoggio del Belgio è determinante. Si registra anche un certo sviluppo in alcune aree.
Gli anni novanta sono alle porte e con essi la formazione Fpr: sono Tutsi esuli, ex combattenti. Il presidente ora è Habyarimana che chiede sostegno economico alla Francia. Mitterand lo concede in cambio “dell’accettazione del pluralismo democratico”. Aiuto economico e militare. Gli Hutu non hanno solo i francesi dalla loro, ma ancora una volta i numeri. Le masse sono unite da paura o esaltazione per fronteggiare il nemico Fpr, sostenuto però da altri stati resisi indipendenti.
Il 6 Aprile 1994 l’aereo con a bordo il presidente Habyarimana viene abbattuto. E si scoperchia il vaso di Pandora. Un bagno di sangue nel quale si lavano non solo i Tutsi, ma anche gli Hutu moderati. Crescono i numeri dei morti, le milizie si fanno scudo con i civili, ma a diminuire sono altri numeri: quelli del contingente militare Onu. Scattano le operazioni francesi, ma il commissariato per i rifugiati non riconosce in tempo la gravità della situazione. Nel frattempo altre minoranze insorgono e complicano la situazione: i “banyamulenge” nel Sud-Kivu. Riemerge un movimento capeggiato da Kabila (ora presidente del Congo) con l’appoggio USA e raundese che vuole abbattere Mobutu, il quale dallo Zaire aveva mandato soccorsi. Mobutu capitola. Il Ruanda è un paese vuoto e in macerie, tutto è stato depredato.

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Non solo ridare i nomi a chi non è ha avuto per troppo tempo, ma dare un’identità a chi la deve avere. Boutros Boutro Ghali è uno di questi: allora segretario generale dell’Onu, colui che da ministro degli Esteri egiziano aveva aperto il canale di convogliamento delle armi francesi in Ruanda, poi utilizzate per il genocidio.
O ancora Kofi Annan che, capo del dipartimento Onu di peacekeeping (Dpko), nel gennaio 1994 vietò al generale Dallaire di condurre le azioni che avrebbero potuto impedire il genocidio: Annan fu in seguito eletto segretario generale dell’Onu nel 1997 e insignito del Nobel per la Pace 2001.
Spesso il budget delle Ong va ai più corrotti politici locali. Altrimenti non si potrebbero giustificare le somme per le imponenti quantità di armi e risorse in generale (già molto prima di allora, un regime protetto da un illimitato sostegno straniero -soprattutto francese- saccheggiava fondi per milioni di dollari. Il gruppo dei ladri è noto come la “Casa” -“Akazu” in lingua kinyarwanda – e faceva capo alla moglie del presidente Habyarimananon che vive ora in Francia). Non si potrebbe giustificare perché nonostante gli aiuti le condizioni di molti di questi Stati, come il Sudan, sono ancora disastrose. Non si potrebbe giustificare in altro modo il cablogramma del 11 gennaio del 1994 (quattro mesi prima del genocidio) : Dallaire invia un fax dove cita fonti di “alto livello” che preannunciano il disastro. Naturalmente non appena fossero stati evacuati “i bianchi” .
Non si potrebbe neanche capire perché molti dei complici (anche colpevoli di non aver agito), sono stati premiati come Annan o si trovano tutt’ora impuniti.
Certo sono stati fatti passi in avanti: è stato ristabilito il Gacaca (il sistema giudiziario) che però non è un sistema equo e sono stati avviati una serie di programmi come “Igando” o i “Seminari” volti all’educazione e alla sensibilizzazione. Il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda ha emesso sentenze storiche, come l’ergastolo per il primo ministro all’epoca del genocidio e dell’ex-sindaco. Sono passi fondamentali perché le corti si sono dovute misurare con il tema del genocidio. Stabilendo così precedenti giuridici molto importanti. La strada rimane lunga: nel 2000 le corti stavano esaminando 120mila sospetti in attesa di processo. Ancora una volta numeri troppo grandi.

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Anni dopo, Annan (sempre lui) si chiederà come agire in casi come questi. Come intervenire e a che titolo. La giustificazione fu trovata nella dottrina della “responsabilità di proteggere” . “Il Rwanda” si dirà “è la cornice nella quale si sviluppano le motivazioni che spingono le Nazioni Uniti ad elaborare la dottrina della responsabilità di proteggere per prevenire il genocidio”. Un dibattito che esplode nel 2011, quando la responsabilità di proteggere viene citata esplicitamente nella risoluzione 1973 per l’intervento in Libia: pochi giorni dopo la Nato inizierà a bombardare le forze armate di Gheddafi.
Quello che ne rimane è sotto gli occhi di tutti. Prima di difendere un’identità è bene definirla e questo vale oggi anche per l’Europa.

Sono storie che condizionano le nostre economie, le nostre vite, soprattutto in questo periodo storico. Tutto è collegato e nessuno può dire che sono storie da relegare a non-importanti. E nessuno può ritenersi così poco importante da non sentirsi in parte responsabile. In parte carnefice e in parte vittima. “Fin da piccoli siamo stati educati chi allʼodio, chi alla paura. Questo tipo di educazione viene impartito ai futuri adulti. A causa di ciò siamo diventati carnefici e vittime, ma non vogliamo rimanere tali.” Sono parole di Mukagascana (sopravvisuta), ma che vanno bene per tutti.

E un articolo che ho scritto in occasione del genocidio in Ruanda. Questa terribile storia completa la trovate su 1994: Ruanda

Forse guardare ad una storia lontana, ma simile ci fa essere più lucidi. Quante motivazioni simili? “pluralismo democratico” Quanti meccanismi simili ? Armi e fonti da sfruttare. E quanti errori, ritardi e debolezze simili da parte dell’Onu?

Nell’articolo (su questo blog) precedente a questo, invece commentavo l’attaco americano a Mosul e lo paragonavo a l’attacco a Londra.
Londra -Mosul. 4 a 150
In quell’attacco hanno perso la vita 150 civili. 150 persone.
In questo attacco missilistico hanno perso la vita 4 militari. 4 persone.
Diabolicamente un probabile attacco a Stoccolma anche ora

Attacco missilistico, attacco militare così lo chiamano. Perchè l’attacco se è militare presuppone che sia un forza militare dietro e quindi un Stato lgittimato ad usare la forza.
Invece è stato un attacco terroristico. Gino Strada dice meglio di me: “Ogni atto terroristico è un atto militare e ogni atto militare è un atto terroristico”.

La scelta non è mai inevitabile, è sempre politica, voluta e quindi responsabile e colpevole. Tra l’altro non è legittimata probabilmente nemmeno sul piano giuridico e non perchè Trump non ha ottenuto (nè chiesto) l’Ok dal Congresso (non era tenuto a farlo), ma perchè per convenzione internazionale non si può attaccare autonomamente uno Stato sovrano, infatti Israele non può essere attaccato nonostante sia anni che calpesta i diritti umani nei confronti dei palestinesi. Non si capisce per quale motivo la Siria non sia uno stato sovrano.
Israele però è finanziato e appoggiato dall’America, la Siria e il regime (assassino) di Assad è finanziato e appoggiato dalla Russia. Allora le motivazioni sono di forza politica ed economica. Queste due cose non sono facilmente giustificabili però se si cambiano le parole e si chiama militare un’azione terroristica allora è più facile dirlo: c’è la logica (?) della guerra.
E poi si sarebbero individuati i luoghi delle armi chimiche (ancora nessuna prova tra l’altro su chi sia stato a usarle … i ribelli? Assad?). Già perchè il limite si passa con le armi chimiche, prima si può uccidere invece. Allora se la logica è questa perchè non hanno attaccato prima? No lo hanno fatto e hanno uccciso 150 civili a Mosul… “ecco la responsabilità di proteggere i civili”
Ecco il nostro benessere e la nostra pace che danni collaterali fanno, di cosa hanno bisogno. Che schifo.

Mi vengono in mente le parole di Kant “Per la pace perpetua” o quelle di Hemingway “per chi suona la campana”. Poi mi vengono in mente i vari fatti Cecoslovacchia, Ruanda, Libia, Siria ecc. e quindi di nuovo le parole della Harent che riportavo sopra. Ha ragione. Hemingway a sua volta mi rimanda a Jhon Donne poeta inglese che scriveva “Non chiederti mai per chi suona la campana. La campana suona sempre per te” e le parole della sopravvisuta: “In parte carnefice e in parte vittima”.
Così siamo. E l’esigenza che si crei un movimento per la pace internazionale è sempre più forte.

Saverio Di Giorno

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