La mafia a Locri. Scritte di calabresi per altri calabresi.

Il 21 Marzo di quest anno è un primo giorno per diverse ragioni. Il primo giorno di primavera, la prima volta che la giornata per ricordare le vittime delle mafie viene istituzionalizzata.
Un primo giorno per ricordare tanti ultimi giorni di vita.
A Locri, cittadina calabrese, famosa per il suo cartello di benvenuto crivellato di buchi, Libera organizza una manifesazione alla quale partecipa anche Mattarella. E tra gli striscioni di benvenuto, anche alcune scritte sono apparse sui muri. Scritte riguardanti Don Ciotti che è a capo di Libera.

Scritte che hanno un significato preciso. Utilizzano un linguaggio che deve essere compreso, decodificato per poter essere bloccato. La lotta alla mafia (ma qualunque lotta) richiede prima di tutto una sua conoscenza profonda, un sapere i suoi simboli altrimenti si contrappongono difese sbagliate e fallimentari.
E conoscenza non significa solo sapere i nomi, i luoghi, i numeri, ma parlo di un’esperienza più profonda che solo chi è nato ed è stato educato a questi linguaggi può fare. Solo un calabrese può avere. La lotta più efficace può partire solo dalla Calabria.

Ed è da calabrese che dico che quelle scritte sono messaggi per noi calabresi prima ancora che per Don Ciotti. E molto prima che per chi vedrà i Tg.

Partiamo dai luoghi dove sono stati fatti: il vescovado e il comune. La sede di un’istituzione religiosa e quella di una politica. Il messaggio prima ancora di leggere è chiaro e diretto: la Chiesa e la politica qui sono nostre.
Poi andiamo a leggere: “Don Ciotti sbirro. Più lavoro, meno sbirri” La prima parte è fulminea; per attaccare Don Ciotti si è usata la parola sbirro. Non in quanto prete e nemmeno in quanto capo di Libera, ma in quanto “sbirro”. Dove sbirro nell’accezione tutta meridionale del termine è sinonimo di Stato estraneo, prevaricazione, uso della forza. Quindi abbiamo Don Ciotti – sbirro – Stato. Corto circuito che mette in luce un’altra cosa, in qualche modo detta anche dal Procuratore della Dda di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho e cioè lo Stato è visibile solo quando arresta o sfila. O forse dovrei dire è presente solo quando arresta o sfila.
Poi lo slogan sociale: “Più lavoro, meno sbirri” una rivendicazione che si può ancora sentire nei cori di qualche corteo di sinistra. Nella logica distorta, nella deformazione della realtà operata dalla mafia non servono “sbirri”, ma lavoro. Mettendo automaticamente queste due manifestazioni dello Stato in contraddizione: o gli sbirri o il lavoro. Se lo Stato manda gli sbirri allora non manda il lavoro. Creando così consenso in chi a queste logiche antistatali, quasi scissionisti è abituato per motivi storici e cioè nei calabresi. Da queste logiche i mafiosi possono ammantarsi di onore e rispetto, altre parole che rispondono a linguaggi codificati. Questo il messaggio per i calabresi.

Su chi vedrà i Tg, probabilmente l’effetto sarà opposto. Non sono minacce, non sono messaggi direttamente denigratori. Possono addirittura sembrare risentimento sociale e così per chi non è abituato a tutto questo può tirare la conclusione opposta: ma allora sono i calabresi che non lo vogliono. Un doppio messaggio, un doppio obiettivo.

Questo sui destinatari, ma chi sono i mittenti? Il target a cui si rivolge il messaggio è vasto, generalizzato, mira ad avere audience. Secondo Gratteri: “sono gente che ha sposato la legge criminale della ‘ndrangheta, degli ignoranti stupidi, ubriachi del suo modo di pensare e agire criminale” la ndrangheta non agisce sotto i riflettori. Soprattutto nel periodo di pax mafiosa che sta vivendo adesso la Calabria. Probabilmente questo è peggio.

Con questa esperienza si possono poi leggere i numeri e vedere che la Calabria è la regione più povera d’Italia, mentre la ndrangheta è una della mafie più ricche al mondo. Questa contraddizione può generare disgusto e rabbia solo se si capisce la deformazione, la “truffa” (come è stata definita) che quelle scritte operano.

Il 21 Marzo arriva la primavera, nascono i fiori nei prati, ma nelle zone rurali attecchiscono erbe anche erbe rampicanti, erbacce. Attecchiscono sui muri.
Blaga Dimitrova scrive “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata l’erba diventa un sentiero” molti di quei nomi, di quei fiori questo sono: un sentiero. Le erbacce però vanno sradicate dalla radice per ripulire i muri.
Nessun tronco o albero come ama definirsi la ndrangheta (ogni carica ha un nome botanico, il tronco, i rami, le foglie ecc. e ne esiste anche uno simbolico a San Luca “la mamma” o al santuario di Polsi.), solo erbacce, vili perchè chi scrive non firma.

Caro Presidente, ogni tanto sarebbe bello anche sentire i nomi dei mafiosi vivi, oltre che delle vittime morte.

Saverio Di Giorno

Precedente Pd e Napoli. Non sono solo il Pd. Non sono solo Napoli. Successivo Banche.Due domande al presidente di Intesa. E le sue due risposte.